Sul caso di Lucia Regna, massacrata dal marito e oggi lasciata senza giustizia.

Egregio Giudice,

scrivo con profonda amarezza dopo aver appreso la decisione da Lei presa nel processo che ha visto coinvolta una donna brutalmente aggredita dall’ex marito. Una donna sfigurata, costretta a interventi chirurgici con 21 placche di titanio nel cranio e un danno permanente all’occhio, e oggi lasciata senza la certezza che la legge la protegga.

La sua sentenza non colpisce solo lei: colpisce tutte noi. Colpisce ogni donna che, di fronte alla violenza domestica, si chiede se valga la pena denunciare, sapendo che l’aggressore potrebbe tornare libero, forse ancora più incattivito. Colpisce i due figli di quella madre, che cresceranno nel terrore e con la sensazione che la giustizia non esista.

Nella motivazione Lei ha persino scelto di definire “poco attendibile” la testimonianza di una donna che porta sul corpo e sul volto i segni indelebili dell’aggressione. È come darle implicitamente della bugiarda, mentre porta dentro la testa placche di titanio e negli occhi il danno irreparabile della violenza.

Mi chiedo: se quella donna fosse stata ammazzata, allora sì, sarebbe arrivato l’ergastolo? Quando sarebbe stato ormai troppo tardi, quando l’unico epilogo possibile sarebbe stata una lapide fredda?

Le ricordo le parole di Giovanni Falcone: “Per essere credibili bisogna essere ammazzati.”

E oggi la sua sentenza sembra insegnare proprio questo: che una donna, finché sopravvive, è “esagerata”, che se denuncia non viene creduta, che se osa lasciare un uomo o tradirlo diventa “una troia” che in fondo se lo merita.

Così la giustizia smette di essere tutela e diventa l’ennesima arma contro le donne. Diventa barriera, umiliazione, paura.

E il messaggio che passa è chiaro: le donne muoiono, e quelle che restano vive imparano solo che la loro parola non conta.

La giustizia in Italia, così, la subisce chi non delinque. Chi denuncia. Chi trova il coraggio di non tacere.

Spero che le mie parole possano, almeno per un istante, farle sentire il peso di questa responsabilità: non solo nei confronti di una donna, ma di una società intera che guarda, ferita e indignata.

Distinti saluti,

Morgana Arbore

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