La solitudine di chi vorrebbe ancora stimare qualcuno
Ho visto un video di propaganda politica in cui ci viene comunicato, con una certa soddisfazione, che anche i minorenni contribuiranno al sovraffollamento delle carceri. Carceri che continueremo a pagare, presumibilmente con gioia, nella rassicurante convinzione di vivere finalmente in un Paese più sicuro.
La retorica è sempre la stessa: il governo vorrebbe fare, ma non può. La colpa è di quello precedente. Che, a sua volta, attribuiva le proprie responsabilità a quello ancora prima.
Una specie di Inception della deresponsabilizzazione politica. Un sogno dentro un sogno, una colpa dentro un’altra colpa. Solo che alla fine non si sveglia nessuno.
Se un adulto davanti a questo spettacolo finisce per sentirsi frustrato, mi domando come possa sentirsi un giovanissimo. Uno di quelli che negli ultimi anni abbiamo sistematicamente liquidato come buffoni, apatici, disinteressati, incapaci di sollevare lo sguardo dallo smartphone.
Ma siamo proprio sicuri che i loro genitori siano migliori?
Abbiamo costruito un racconto generazionale nel quale i ragazzi sono contemporaneamente vittime e colpevoli. Li accusiamo di non avere valori mentre offriamo loro un campionario di adulti che sembrano averli smarriti da tempo.
E intanto li manipoliamo con una narrazione della paura: sono tutti maranza, siamo circondati dalla criminalità, finiremo come la Spagna. Qualunque cosa significhi, purché faccia abbastanza paura da evitare una domanda più impegnativa.
Per esempio: che futuro stiamo costruendo?
Qualche giorno fa ho visto un agricoltore piangere, accasciato a terra, disperato.
Mio padre è morto e non l’ho mai visto piangere. Eppure era disperato anche lui.
Chi mi conosce potrebbe dire la stessa cosa di me.
Non so da cosa dipenda questa diversa capacità di manifestare il dolore. Non voglio nemmeno rifugiarmi nella comoda spiegazione culturale. Ho scritto un libro per mettere sotto accusa proprio il dolore composto, quello educato, quello che non disturba, quello che si presenta in società con la camicia stirata anche quando dentro è tutto macerie.
Sarebbe piuttosto ridicolo ritrovarmi a celebrarlo.
Ma non amo neppure i luoghi comuni di segno opposto. Le appartenenze automatiche, le indignazioni preconfezionate, le opinioni che precedono i fatti.
E allora vorrei porre una domanda, possibilmente senza essere arruolata in nessuna tifoseria: che cosa c’è di buono, oggi, nella nostra classe politica?
Lo chiedo seriamente.
Aiutatemi a trovare anche una sola cosa che funzioni. Una che produca un beneficio tangibile per i cittadini, per chi lavora, per chi fa impresa. Qualcosa che non sia una promessa, una conferenza stampa, una dichiarazione di principio o l’ennesima spiegazione del perché non sia stato possibile fare ciò che era stato annunciato.
Una cosa concreta.
Mi sento sempre più sola, intellettualmente parlando. E sempre più grata quando incontro qualcuno che abbia ancora la voglia, prima ancora della capacità, di sostenere un discorso.
Non necessariamente qualcuno che la pensi come me. Anzi.
Mi annoiano profondamente le conversazioni nelle quali sappiamo già, prima di cominciare, chi avrà ragione e chi avrà torto.
Mi annoia il consenso automatico. Mi annoia il dissenso di professione. Mi annoia chi scambia l’appartenenza per il pensiero.
Credo che i social network siano uno strumento straordinariamente potente. Potrebbero essere luoghi di confronto, di conoscenza, persino di crescita collettiva. E invece troppo spesso diventano gigantesche fabbriche di conferme reciproche.
Mi piacerebbe un po’ di verità.
Ed è anche per questo che mi disturba l’idea dell’intelligenza artificiale come sostituto integrale dell’essere umano. Non per una forma di nostalgia tecnologica, ma perché temo l’uniformazione del pensiero. La risposta perfettamente confezionata, il ragionamento accomodante, quella tendenza a restituirci un’immagine di noi stessi sempre ragionevole, sempre condivisibile, possibilmente mai contraddetta.
Ma io non voglio avere sempre ragione.
Voglio incontrare qualcuno che mi costringa a pensare.
E qui arrivo a una considerazione probabilmente impopolare.
In questo momento rivorrei persino gli schiaffi di mio padre.
Non per la violenza dell’atto, che non intendo giustificare né rimpiangere. Ma per qualcosa che oggi mi sembra infinitamente più raro: la stima che riuscivo a provare per lui.
E attenzione, non parlo dell’amore filiale.
Proviamo per un momento a dimenticare che fosse mio padre. Togliamo le lacune affettive, le aspettative deluse, le ferite, il bisogno infantile di essere amati.
Guardiamo soltanto l’uomo.
Era un vero pezzo di merda.
Ma era anche un filosofo, un umanista, un uomo ironico, un fine stratega. Una persona dotata di un’intelligenza che potevo riconoscere e rispettare indipendentemente dal nostro legame.
Avrebbe potuto essere anche presente, affettuoso e premuroso? Certamente. Non c’era alcuna incompatibilità teorica.
Ma non lo era.
E forse la questione è proprio questa: abbiamo imparato a pretendere che le persone siano emotivamente rassicuranti, ma abbiamo smesso di chiederci se siano anche degne di stima.
Naturalmente, nemmeno il modello opposto ha prodotto risultati particolarmente incoraggianti. L’amore incondizionato verso i figli, quando diventa rinuncia al limite, alla responsabilità e al confronto, non sembra averci necessariamente consegnato generazioni più consapevoli delle proprie priorità.
Ma questo è un altro discorso.
E lo faremo la prossima volta.
Per ora mi basterebbe ritrovare il piacere di una conversazione nella quale qualcuno abbia qualcosa da dire, qualcuno abbia il coraggio di dissentire e nessuno senta il bisogno di trasformare ogni pensiero in una dichiarazione di appartenenza.
Perché, alla fine, non mi manca un mondo in cui tutti fossero migliori.
Mi manca un mondo in cui fosse ancora possibile stimare qualcuno senza doverlo necessariamente amare, giustificare o votare.