HO LETTO V.I.T.A.L.E.
HO LETTO V.I.T.A.L.E. Tutto. E sono arrivata alla fine con una certezza: io, dentro questa idea di futuro, non voglio entrarci. Non perché sono di sinistra. Non perché sono fragile. Non perché sono una donna isterica, emotiva, mestruata, confusa o una qualsiasi delle caricature con cui da secoli si prova a ridurre una donna quando alza la voce. Sono una donna adulta. Intera. Libera. E so leggere.
V come VIRTÙ. Coraggio. Forza. Dovere. Sacrificio. Determinazione. Parole bellissime. Ma io conosco un’altra virtù che manca: il dubbio. Il dubbio è ciò che impedisce alla forza di diventare prepotenza. Alla convinzione di diventare fanatismo. All’identità di diventare esclusione. Una democrazia non ha bisogno soltanto di uomini forti. Ha bisogno di cittadini capaci di accettare che un altro essere umano possa vivere diversamente da loro senza rappresentare una minaccia.
I come IDENTITÀ. Leggo che siamo «unici, esclusivi: italiani». E poi una frase sulla quale non riesco a passare oltre: prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni, e infine il Diritto, finché gli interessi dei primi due siano salvaguardati. No. Qui mi fermo. In uno Stato costituzionale il diritto non viene dopo l’idea che qualcuno ha della Nazione. Il diritto è precisamente ciò che impedisce a chi governa di decidere che, per un interesse superiore, alcuni diritti possano aspettare. Perché nella storia europea ogni volta che qualcuno ha cominciato a spiegare che esiste qualcosa di più importante del diritto, qualcun altro ha finito per scoprire di essere quello sacrificabile.
T come TRADIZIONI. Pane. Campanili. Natale. Focolare. Croci. Nonni. È una fotografia bellissima. Ma una fotografia non è una Costituzione. La tradizione appartiene a chi vuole viverla. Non può diventare l’unità di misura con cui stabilire chi merita di appartenere a un Paese. Poi arrivo all’immigrazione. Leggo che culture, storie e religioni differenti «annacquano» l’identità. Leggo che le tradizioni non sono diluibili. E infine: chi non si integra e non si assimila deve essere “remigrato”. ASSIMILARSI. Non rispettare la legge. Non lavorare. Non contribuire. Non convivere civilmente. Assimilarsi. Ed è una differenza enorme. Perché integrazione significa: viviamo insieme rispettando le stesse regole. Assimilazione significa: per vivere con me devi diventare abbastanza simile a me. Io non voglio un’Italia così fragile da avere paura di una lingua diversa pronunciata sull’autobus. La cultura italiana che dite di voler difendere è sopravvissuta a Greci, Etruschi, Romani, Longobardi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, Austriaci. Ha assorbito. Mescolato. Trasformato. Dante stesso scriveva in una lingua che qualcuno, prima di lui, avrebbe potuto considerare una degenerazione del latino.
A come AMORE. Ed eccoci. «La famiglia: l’unica, insostituibile, conforme alla natura.» E qui parlo io. Donna. Il mio corpo non è un piano demografico. Il mio utero non è patrimonio nazionale. La mia capacità biologica di generare non stabilisce il mio posto nella società. Posso essere madre. Posso non esserlo. Posso non poterlo essere. Posso desiderarlo disperatamente. Posso non desiderarlo affatto. Resto donna. Intera. E soprattutto: dire che per generare biologicamente un essere umano occorrano un gamete maschile e uno femminile descrive la riproduzione. Non definisce la famiglia. Un bambino può essere cresciuto da una madre. Da un padre. Da due genitori. Da genitori separati. Da nonni. Da famiglie ricostituite. Da persone che lo hanno adottato. La biologia racconta da dove arriva una vita. L’amore, la responsabilità e la cura raccontano dove quella vita diventa casa. E nessun partito entrerà nella mia camera da letto con un manuale di biologia per certificare se ciò che amo possa chiamarsi famiglia. Poi leggo: il prossimo è chi cresce con noi, parla come noi, condivide le nostre strade. No. Il prossimo non parla necessariamente come me. È proprio questo il punto rivoluzionario della parola “prossimo”. Altrimenti non si chiama amore per il prossimo. Si chiama amore per il simile. E sono due cose completamente diverse.
L come LIBERTÀ. Finalmente. «Libertà di essere.» Magnifico. Essere cosa? Perché poche righe prima avete stabilito quale famiglia sia famiglia. Avete stabilito chi appartenga al popolo. Avete stabilito che chi non si assimila non ne faccia parte. Avete stabilito quali tradizioni non siano negoziabili. E adesso mi dite: sei libero di essere. Ma essere liberi soltanto dentro il perimetro stabilito da qualcun altro non è libertà. È conformità. È una stanza abbastanza grande da permetterti di camminare e abbastanza piccola da impedirti di scegliere dove andare. E poi c’è una frase sulla giustizia. Un reato, sostenete, non deve essere considerato più grave in ragione del sesso, del colore della pelle o dell’orientamento sessuale della vittima. Sembra uguaglianza. Ma l’uguaglianza non consiste nel fingere che il movente non esista. Se picchio qualcuno per rubargli il portafoglio ho commesso una violenza. Se lo picchio perché è omosessuale, nero, ebreo o donna, oltre alla persona sto colpendo ciò che quella persona rappresenta ai miei occhi. La legge non protegge categorie perché alcune vite valgono più delle altre. Studia i moventi perché alcuni crimini vogliono terrorizzare, attraverso una vittima, un’intera categoria di persone. Questa non è matematica. È diritto.
E come ECCELLENZA. Merito. Talento. Lavoro. Su questo potremmo persino incontrarci. Anch’io credo nel merito. Nel lavoro. Nella responsabilità. Nella fatica. Ma proprio perché credo nel merito non voglio sapere con chi dorme una persona. Proprio perché credo nel merito non voglio sapere quale Dio prega. Proprio perché credo nel merito non voglio sapere se sua madre sia nata a Bergamo, Tunisi o Bucarest. Voglio sapere cosa sa fare. Voglio sapere chi è. Non quanto somiglia a me. E alla fine del manifesto trovo la parola che forse racconta tutto meglio delle altre: PURA. Una destra «pura».
Io invece sono impura. Fortunatamente. Sono il risultato di contraddizioni, incontri, errori, contaminazioni, persone amate, libri letti, idee cambiate, sconfitte, desideri. Come l’Italia. Perché l’Italia non è mai stata pura. È stata romana e barbarica. Cristiana ed ebraica. Araba e normanna. Contadina e industriale. Emigrante e immigrata. Cattolica e laica. Conservatrice e rivoluzionaria. È sopravvissuta proprio perché non è rimasta uguale a se stessa. Quindi no. Non sono la vostra donna. Non ho bisogno che qualcuno protegga la mia femminilità delimitandola. Non ho bisogno che qualcuno difenda la mia famiglia decidendo quale famiglia sia degna del nome. Non ho bisogno che qualcuno difenda la mia cultura impedendole di incontrarne altre. E soprattutto non ho bisogno che qualcuno mi conceda la libertà dopo averne stabilito i confini. Sono italiana anche quando dissento. Sono donna anche senza essere madre. Sono famiglia anche quando non corrispondo alla vostra fotografia. Sono libera anche quando la mia libertà vi infastidisce. Anzi. È esattamente allora che scopriamo se credete davvero nella libertà. Perché la libertà delle persone che vivono esattamente come noi è facilissima da difendere. La civiltà comincia quando difendiamo anche quella di chi non ci somiglia. Il futuro non è puro. Il futuro è libero. E io preferisco essere libera.